* Nota scritta da Massimo Florio

Giorgio Fuà (1919-2000) è stato fra i maggiori scienziati sociali italiani del secolo scorso. La Fondazione intende promuovere i filoni di studio su cui Fuà si è esercitato, nella convinzione che tali temi siano tuttora di grande attualità per chi voglia misurarsi con i problemi dello sviluppo economico e sociale, particolarmente in contesti, come quello del nostro paese, in cui convivono aree e settori che si collocano sulla frontiera dell’innovazione e della competitività internazionale, aree di arretratezza e stagnazione, e aree con caratteristiche intermedie. Fuà è stato sempre molto interessato al laboratorio italiano, pur avendo una vasta esperienza internazionale, proprio per la varietà di modelli di sviluppo che esso consente di studiare. Molte delle intuizioni derivanti dalla scoperta di tratti originali e specifici di alcuni meccanismi di sviluppo tipici del caso italiano, si riveleranno poi fruttuose per una più ampia indagine sugli ingredienti della crescita e del benessere. La Fondazione si propone di proseguire quel lavoro, proponendo soprattutto ai giovani ricercatori qualche opportunità per ulteriori progressi. Non si tratta di coltivare l’esegesi e la memoria fine a se stessa del lavoro di un economista, sia pure illustre, ma di rilanciare un approccio e dei temi di ricerca, nella consapevolezza che gli orientamenti scientifici, spesso prevalenti nel tradizionale contesto degli studi di economia, rischiano di trascurare un prezioso patrimonio di idee interdisciplinari e di una lezione etica e civile di perdurante attualità.

Quali sono questi filoni di indagine che ci sembrano meritevoli di essere tuttora perseguiti? Ce lo dice lo stesso Fuà in una breve nota autobiografica, disponibile sul sito dell’Istao, (http://www.istao.it/notizie/fua/autobiog.html) l’istituzione da lui fondata e che insieme alla Facoltà di Economia in Ancona sono le sedi formative che ha lasciato ai giovani di oggi.

“Nel lavoro scientifico ho cercato di attenermi alla tradizione degli economisti classici intesa nel senso che essi (come è scritto altrove) “si dedicarono ai grandi problemi della società in cui vivevano e dettero ai loro insegnamenti un contenuto ed una forma tali da offrire lumi per la coscienza civile e l’azione politica”, facendo di economia politica e riforma sociale un binomio inscindibile.

Mi sono quindi sforzato di studiare “i problemi della società nella loro concretezza e completezza, nella loro prospettiva storica e nel loro quadro istituzionale”, per arrivare a proposte operative.

Ho spesso privilegiato i metodi di analisi quantitativa, avendo cura di scegliere sempre la più semplice tra le tecniche analitiche atte a raggiungere lo scopo e di evitare l’esibizione virtuosistica di un tecnicismo fine a se stesso.

Nella pubblicazione dei risultati delle mie ricerche mi sono costantemente preoccupato di offrire testi brevi (in quanto sfrondati di ogni elemento inessenziale) e scritti con la massima chiarezza. Con ciò si rischia che qualcuno giudichi superficiale lo studio e banale la conclusione, ma è un rischio che affronto deliberatamente.

Una parte delle mie pubblicazioni non sono lavoro individuale, ma risultato di ricerche di gruppo da me dirette. Ho dedicato una forte quota delle mie energie alla formazione e guida di gruppi di ricerca, convinto che ciò faccia parte dei miei compiti d’insegnamento.

Dopo aver fornito ragguagli sui metodi, debbo ora elencare i principali temi della mia produzione scientifica.

Il filone centrale, iniziato nel 1940 e continuato fino ad oggi, riguarda i seguenti temi tra loro interconnessi: crescita e sviluppo economico, economia della popolazione, occupazione, livello di benessere.

Per brevi periodi mi sono concentrato su altri temi tra cui ricordo: l’inflazione, la programmazione economica nazionale, il risparmio, la tassazione, la politica del territorio.

Circa l’ambito geografico, la maggior parte dei miei studi riguarda l’economia italiana; un nucleo minore si concentra sulla mia regione, le Marche; uno studio singolo che tuttavia mi ha impegnato intensamente e lungamente esamina i problemi specifici di sei paesi europei (tra cui l’Italia) che hanno iniziato a svilupparsi in ritardo rispetto agli altri.”

 In quanto segue, chiariamo in quale direzione la Fondazione intende stimolare la ricerca e il dibattito sui temi ricordati da Fuà. Spetterà di volta in volta al Consiglio Scientifico e al Comitato Direttivo, declinare in progetti e proposte, le indicazioni qui formulate.

 1. Crescita e sviluppo economico

La distinzione fra crescita e sviluppo economico, e più generalmente sviluppo sociale, è un tema centrale, e tuttora aperto e controverso dell’economia politica, intesa come disciplina autonoma, ma intersecata con la più ampia indagine delle condizioni del progresso sociale e politico. Questa distinzione rischia spesso di andare perduta quando la teoria tradizionale della crescita si focalizza esclusivamente sulla dotazione di fattori tradizionali, il capitale e le forze di lavoro, considerando il progresso tecnico come un fattore esogeno dello sviluppo. Il fenomeno della crescita è strettamente connesso alla misurazione della intensità e del valore degli scambi di mercato, ed al concetto di Pil che – molto imperfettamente – tenta di misurare i progressi in questo ambito. Del resto, la teoria della crescita contemporanea, ha tentato, con alterni successi, di incorporare in questo contesto di analisi, altri ingredienti, in particolare il capitale umano, le conoscenze scientifiche e tecnologiche, l’ambiente e le risorse naturali, la qualità delle istituzioni. Il fenomeno dello sviluppo si presta forse meno ad una analisi formalizzata e quantititiva, ma consente di cogliere dimensioni più ricche sotto il profilo del progresso civile. Ciò ha che vedere con l’altro tema centrale per Fuà, il concetto di benessere, su cui torniamo in seguito. Ma ha anche a che vedere con la dimensione qualitativa di fenomeni sociali complessi, fra cui un ruolo di rilievo ha la figura dell’imprenditore. Per Fuà l’imprenditore è un individuo, come egli stesso è stato, che non necessariamente si propone di massimizzare il profitto, ma che è mosso dall’impulso ad organizzare intorno alla sua leadership gruppi di persone che condividono obiettivi e modalità di azione. Benché l’imprenditore sia storicamente associato all’impresa nel mercato, nella visione di Fuà il tipo umano imprenditoriale è sia il prodotto che il promotore di una particolare forma di agire umano, ed è quindi essenzialmente un fenomeno culturale. Le condizioni sociali che consentono a questa particolare forma di organizzatore sociale di prosperare sono un tema di grande attualità, non solo per una visione dell’impresa in senso proprio, ma anche per il progresso delle istituzioni pubbliche e private in senso più ampio. Lo studio di casi di successo e di insuccesso in contesti specifici, sia di grandi che di piccole organizzazioni, sia in contesti molto evoluti che in territori a sviluppo intermedio e tardivo, offre ampio materiale empirico per una rinnovata riflessione in questo ambito. I rischi che una società corre quando il tipo imprenditoriale viene soffocato e spiazzato dallo speculatore finanziario e dall’opportunista istituzionale sono oggi tornati di attualità, nella riflessione critica da un lato sulla empasse dei sistemi pubblici, dall’altro dalla involuzione dei mercati finanziari. Negli uni e negli altri il tipo imprenditoriale come aggregatore di energie intorno a progetti innovativi è sostituito da massimizzatori di rendite di vario tipo, che finiscono con soffocare le possibilità di sviluppo sociale in senso pieno.

 Riferimenti dalla bibliografia di G. Fuà

– Capitoli 9 (Southern Italy), 13 (Mining), e 14 (Manufacturing industry) del volume U.N., Economic Survey of Europe in 1953 Including a Study of Economic Development in Southern Europe, Ginevra (non firmati), 1954.

Un caso di agricoltura intensa e industria carente, “Rivista Internazionale di Scienze Economiche e Commerciali”, pp. 701-724, 1959.

Notes on Italian Economic Growth, Milano, Scuola Enrico Mattei di Studi Superiori sugli Idrocarburi, 1965.

Sviluppo ritardato e dualismo, “Moneta e Credito”, pp. 355- 366, 1977.

Problemi dello sviluppo tardivo in Europa, Bologna, il Mulino, pagg. 176, 1980.

Lo sviluppo economico in Italia, Vol. 1: Lavoro e reddito, Milano, Angeli, pagg. 386, 1981.

– “L’industrializzazione nel Nord Est e nel Centro”, nel volume Industrializzazione senza fratture, curato da G. Fuà e C. Zacchia, Bologna, Mulino, pp. 7-46, 1983.

Industrializzazione e deindustrializzazione delle regioni italiane secondo i censimenti demografici 1881-1981, “Economia Marche”, pp. 307-327, (in collaborazione con S. Scuppa), 1988.

– “Small-scale Industry in Rural Areas: the Italian Experience”, nel volume The Balance between Industry and Agriculture in Economic Development, curato da K.J. Arrow, London, Macmillan e I.E.A., pp. 259-279, 1988.

Un indice a catena annuale del prodotto “reale” dell’Italia, 1861-1989, (in collaborazione con M. Gallegati), “Rivista di Storia Economica”, ottobre. Edizione inglese migliorata dello stesso, Dipartimento di Economia dell’Università di Ancona, n. 2 della serie “Studi di Sviluppo”, 1993.

Situazione e prospettive dell’economia marchigiana. Relazione della Commissione degli Economisti nominata dal Comune di Ancona e dal Centro per la Valorizzazione delle Marche in Roma, Ancona, 1961.

Lo sviluppo economico in Italia, Milano, Angeli (3 volumi), 1969-1981.

Una scuola imprenditoriale sul modello di Adriano Olivetti, Bologna, il Mulino, 1997.

 2. Economia della popolazione

Gli economisti classici davano una enorme importanza ai problemi demografici. Per uno scienziato sociale lo studio delle tendenze della natalità, della speranza di vita alla nascita, della mortalità, della immigrazione e della emigrazione dovrebbero occupare una posizione di assoluto rilievo. È difficile sottovalutare oggi l’importanza di questi temi, che tuttavia non sempre vengono visti come essenziali nella formazione degli economisti politici. Per quanto le specializzazioni disciplinari abbiano condotto la demografia ad essere considerata un campo non strettamente connesso all’economia politica (al punto che molti studenti oggi seguono curricula in cui neppure i concetti base vengono loro insegnati), pochi argomenti avranno per il futuro altrettanta importanza di quello delle tendenze all’invecchiamento della popolazione, ad esempio, sia in economie progredite come l’Italia ma persino in economie emergenti come la Cina. La transizione demografica da società in cui l’allungamento della speranza di vita era controbilanciato da una elevata natalità, hanno cruciali implicazioni per una varietà di argomenti che vanno dai mercati assicurativi, al risparmio e la previdenza pubblica, ai sistemi sanitari, fino a questioni di funzionamento del mercato del lavoro, e quindi direttamente e indirettamente dei mercati dei beni e servizi. Fuà era convinto – da un lato – che il declino del tasso di natalità non fosse un fenomeno irreversibile, quanto piuttosto il risultato di fenomeni sociali e culturali specifici, dall’altro che la mobilità delle persone nel territorio e quindi i problemi di una società multi-etnica e multi-culturale, dovessero essere affrontati per tempo. Egli pensava, in particolare per l’Italia, che un sistema di chiusura ai flussi migratori, un ritorno alle “torri di avvistamento dai saraceni”, fosse miope. E che, d’altronde, una politica che puntasse esclusivamente su colmare il vuoto demografico con il ricorso a forze di lavoro immigrate non fosse privo di rischi. La riconsiderazione di questi temi, con gli strumenti della analisi empirica, appare oggi particolarmente urgente, soprattutto in una paese che in un decennio ha visto esplodere il fenomeno della immigrazione, un netto calo demografico, e un notevole invecchiamento della popolazione.

Riferimenti bibliografici:

Population et bien-être (La conception économique de l’optimum du peuplement), Lausanne, La Concorde, 1940.

La valutazione monetaria della vita umana (Discussione del problema generale con una applicazione concreta all’assicurazione-vita), “Statistica”, pp. 198-290, 1945-1946.

– Introduzione al volume Conseguenze economiche dell’evoluzione demografica, curato da G. Fuà, Bologna, Il Mulino, pp. 7-50, 1986.

Industrializzazione senza fratture, Bologna, Il Mulino (in collaborazione con C. Zacchia), 1980.

Progetto finalizzato “Struttura ed evoluzione dell’economia italiana”: Studio di fattibilità, Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche (3 volumi), 1980.

3. Occupazione

Nella riflessione degli economisti politici il tema dell’occupazione non andrebbe considerato come argomento specialistico, ma come uno degli aspetti centrali della riflessione sulle caratteristiche dello sviluppo. Qui Fuà ha attratto l’attenzione sulla esistenza di mercati del lavoro dualistici, con un settore formale che gode di determinate tutele legali e sindacali, e un settore informale, talvolta persino illegale che opera su una scala non marginale. I due settori sono tuttavia interconnessi direttamente e indirettamente, e in Italia la questione di un soddisfacente equilibrio resta largamente irrisolta. Il rilancio dell’indagine empirica non solo sugli effetti della legislazione del lavoro, ma più in generale sulla compresenza di modelli organizzativi, come la grande impresa e le istituzioni pubbliche, dove il lavoro è disciplinato da norme formali, e le piccole imprese (non solo manifatturiere, ma crescentemente nei servizi) dove si osserva una miscela di ricorso a legislazione alternativa, e di norme informali (ad esempio basate su legami familiari, o persino su circuiti di clandestinità) appare centrale nella riflessione sullo sviluppo. Sotto questo profilo occorre tornare a considerare la interazione sulla dimensione macroeconomica di fenomeni quali l’occupazione, il tasso di partecipazione (femminile, giovanile, ecc) e la dimensione microeconomica. La connessione del tema dell’occupazione con gli aspetti demografici e con la piuù ampia tematica dei modelli di sviluppo appare molto forte.

Riferimenti bibliografici:

– Capitolo 7 (“The French Economy: Basic Problems of Occupational Structure and Regional Balance”), del volume U.N., Economic Survey of Europe in 1954, Ginevra (non firmato), 1955.

Occupazione e capacità produttive: la realtà italiana, Bologna, Il Mulino, pagg. 123, 1976.

– “Piccole imprese e formazione imprenditoriale”, nel volume Piccola impresa aree depresse e mercato del lavoro, curato da R. Cafferata e G.C. Romagnoli, Milano, Angeli, pp. 297-300,  1990.

4. Benessere

Soprattutto nei suoi ultimi scritti Giorgio Fuà era tornato a riflettere sulla fallacia, e al tempo stesso sulla utilità, della misurazione della crescita, adottando la prospettiva del benessere economico. Ad esempio, egli osservava come la relazione fra speranza di vita e Pil fosse stretta nelle fasi iniziali dello sviluppo e poi tendesse a divenire molto più debole. A parità di reddito pro-capite convenzionalmente misurato, il bene di tutti più prezioso, una vita di buona qualità, diviene significativamente variabile in paesi diversi. Questo richiede una nuova attenzione a indicatori di benessere diversi dal Pil, e sotto questo profilo anticipava una ricerca che in ambito internazionale resta estremamente attuale. Diversamente da altri economisti Fuà non propendeva per la costruzione di indicatori sintetici di benessere, ma sosteneva l’importanza di isolare comunque alcuni indicatori misurabili. Il tema periodicamente ritorna nel dibattito sugli obiettivi che dovrebbero essere perseguiti dalle organizzazioni internazionali, ed anche recentemente in una commissione di studio di alto profilo in Francia. Questo filone di indagine merita di essere riproposto in Italia, non come esercizio astratto, ma come tema concreto connesso al ruolo della politica economica e più in generale della politica sociale.

Riferimenti bibliografici:

L’économie politique en Italie, “U.N.E.S.C.O., Bulletin International des Sciences Sociales”, pp. 158-198, 1950.

Crescita economica. Le insidie delle cifre, Bologna, Il Mulino, pagg. 192, 1993.

Economic Growth: A Discussion on Figures, edizione inglese migliorata di Crescita economica (vedi sopra), Dipartimento di Economia dell’Università di Ancona, n. 5 della serie “Studi sullo sviluppo”, 1994.

Crescita, benessere e compiti dell’economia politica, “Il Mulino”, n. 5, settembre/ottobre 1994.

5. Inflazione, programmazione economica nazionale, tassazione, politica del territorio

Nella sua nota autobiografica Fuà ricorda, con un certa modestia, di avere anche avuto un intermittente interesse per alcuni grandi temi della politica economica. Se il tema della politica del territorio si inquadra perfettamente nella visione di un processo di sviluppo che ha al suo centro fattori imprenditoriali che si alimentano fortemente di un contesto locale, gli altri temi di Fuà – che lo avevano forse interessato di meno in età più avanzata – debbono tuttavia essere riconsiderati attentamente. Il problema della programmazione, nel pensiero di Fuà e Sylos Labini (autori di uno dei primi ed ultimi tentativi in Italia di proporre una visione programmatica a lungo termine) non era essenzialmente una questione tecnica. Per quanto Fuà sia stato fra gli iniziatori in Italia della ricerca su modelli econometrici di previsione a breve-medio termine, il suo approccio aveva a che vedere con la capacità di un sistema politico di darsi degli obiettivi, connessi in effetti proprio ad una visione degli ostacoli allo sviluppo e delle finalità di diffusione del benessere. In questo quadro, l’attenzione per l’interazione fra tassazione, risparmio e inflazione resta un ingrediente insostituibile della visione della politica economica. Ad esempio, la questione del risparmio nazionale è a sua volta connessa con i problemi demografici, e della possibilità concreta per gli imprenditori di trovare credito per i loro progetti. L’attenzione di Fuà per il ruolo della banca era quindi parte integrante della sua visione di un sistema capitalistico in cui l’interazione fra mercato finanziario e mercato dei beni era mediata ancora una volta dalla posizione centrale nello sviluppo del soggetto imprenditoriale. Il tema non potrebbe essere più attuale.

Riferimenti bibilografici:

Momento critico dell’inflazione (Nota alla relazione della Banca d’Italia), “Critica Economica”, pp. 89-101, 1947.

Il dramma dei creditori nell’inflazione (Il monito dell’inflazione tedesca), Milano, Istituto Editoriale Galileo, 1947.

Schemi di calcolo economico su dati incerti, “Giornale degli Economisti”, pp. 361-413, 1948.

Taxes on Wages or Employment and Family Allowances in European Countries, “U.N., Economic Bulletin for Europe”, agosto, pp. 25-55 (non firmato), 1952.

– Problemi economici del controllo degli affitti, “Giornale degli Economisti”, pp. 444-469 e 578-601, 1954.

Reddito nazionale e politica economica, Torino, Edizioni Scientifiche Einaudi, 1957.

Lo stato e il risparmio privato, Torino, Einaudi, 1961.

Idee per la programmazione economica, Bari, Laterza, pagg. 187 (in collaborazione con P. Sylos Labini), 1963.

– “Un quadro di riferimento per la politica economica”, L’Industria, pp. 153-174, 1964.

Influenza del bilancio pubblico sulla formazione della domanda in Italia, 1955-1963, “Moneta e Credito”, pp. 73-104, 1965.

Incidenza comparata della tassazione dei ruoli paga e degli utili in due modelli marginalistici, “Giornale degli Economisti”, pp. 1007-1025, 1965.

– “Breve consuntivo del primo programma quinquennale (1966-70)”, nel volume Lezioni sulla politica economica in Italia, curato da V. Balloni, Milano, Comunità, pp. 61-75, 1972.

Troppe tasse sui redditi, Bari, Laterza, pagg. 153 (in collaborazione con E. Rosini), 1985.

– Introduzione e capitolo 1 (“Alcuni orientamenti generali”), nel volume Orientamenti per la politica del territorio, curato da G. Fuà, Bologna, Il Mulino, pp. 7-23, 1991.

Il “Modellaccio”: modello dell’economia italiana elaborato dal gruppo di Ancona, Milano, Angeli (4 volumi), 1980.

Su questi temi la Fondazione si propone, nei limiti delle proprie possibilità, di contribuire ad un risveglio di interesse, favorendo il passaggio del testimone intellettuale fra quella generazione di economisti politici italiani del secolo scorso e le forze più giovani, che meritano di ereditare un patrimonio di intuizioni, di spunti, di esempio di ricerca applicata, e soprattutto di domande aperte che attendono risposta.