[ nota di Massimo Florio ]

La distinzione fra crescita e sviluppo economico, e più generalmente sviluppo sociale, è un tema centrale, e tuttora aperto e controverso dell’economia politica, intesa come disciplina autonoma, ma intersecata con la più ampia indagine delle condizioni del progresso sociale e politico.

Questa distinzione rischia spesso di andare perduta quando la teoria tradizionale della crescita si focalizza esclusivamente sulla dotazione di fattori tradizionali, il capitale e le forze di lavoro, considerando il progresso tecnico come un fattore esogeno dello sviluppo. Il fenomeno della crescita è strettamente connesso alla misurazione della intensità e del valore degli scambi di mercato, ed al concetto di Pil che – molto imperfettamente – tenta di misurare i progressi in questo ambito. Del resto, la teoria della crescita contemporanea, ha tentato, con alterni successi, di incorporare in questo contesto di analisi, altri ingredienti, in particolare il capitale umano, le conoscenze scientifiche e tecnologiche, l’ambiente e le risorse naturali, la qualità delle istituzioni. Il fenomeno dello sviluppo si presta forse meno ad una analisi formalizzata e quantitativa, ma consente di cogliere dimensioni più ricche sotto il profilo del progresso civile.

Ciò ha che vedere con l’altro tema centrale per Fuà, il concetto di benessere, su cui torniamo in seguito. Ma ha anche a che vedere con la dimensione qualitativa di fenomeni sociali complessi, fra cui un ruolo di rilievo ha la figura dell’imprenditore. Per Fuà l’imprenditore è un individuo, come egli stesso è stato, che non necessariamente si propone di massimizzare il profitto, ma che è mosso dall’impulso ad organizzare intorno alla sua leadership gruppi di persone che condividono obiettivi e modalità di azione. Benché l’imprenditore sia storicamente associato all’impresa nel mercato, nella visione di Fuà il tipo umano imprenditoriale è sia il prodotto che il promotore di una particolare forma di agire umano, ed è quindi essenzialmente un fenomeno culturale.

Le condizioni sociali che consentono a questa particolare forma di organizzatore sociale di prosperare sono un tema di grande attualità, non solo per una visione dell’impresa in senso proprio, ma anche per il progresso delle istituzioni pubbliche e private in senso più ampio. Lo studio di casi di successo e di insuccesso in contesti specifici, sia di grandi che di piccole organizzazioni, sia in contesti molto evoluti che in territori a sviluppo intermedio e tardivo, offre ampio materiale empirico per una rinnovata riflessione in questo ambito. I rischi che una società corre quando il tipo imprenditoriale viene soffocato e spiazzato dallo speculatore finanziario e dall’opportunista istituzionale sono oggi tornati di attualità, nella riflessione critica da un lato sulla empasse dei sistemi pubblici, dall’altro dalla involuzione dei mercati finanziari. Negli uni e negli altri il tipo imprenditoriale come aggregatore di energie intorno a progetti innovativi è sostituito da massimizzatori di rendite di vario tipo, che finiscono con soffocare le possibilità di sviluppo sociale in senso pieno.


Riferimenti dalla bibliografia di Giorgio Fuà

– Capitoli 9 (Southern Italy), 13 (Mining), e 14 (Manufacturing industry) del volume U.N., Economic Survey of Europe in 1953 Including a Study of Economic Development in Southern Europe, Ginevra (non firmati), 1954.
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Situazione e prospettive dell’economia marchigiana. Relazione della Commissione degli Economisti nominata dal Comune di Ancona e dal Centro per la Valorizzazione delle Marche in Roma, Ancona, 1961.
Lo sviluppo economico in Italia, Milano, Angeli (3 volumi), 1969-1981.
Una scuola imprenditoriale sul modello di Adriano Olivetti, Bologna, il Mulino, 1997.